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Come premessa a questa relazione, ricordiamo innanzitutto che la Svizzera non è un Paese membro dell’UE. Essa «persegue i suoi interessi e regola bilateralmente la sua collaborazione con l’UE, ovvero attraverso accordi bilaterali ad hoc in ambiti ben delimitati.» [1] Le relazioni convenzionali tra la Svizzera e la UE si sono sviluppate per tappe a partire dall’accordo di libero scambio firmato nel 1972. Dopo che il popolo svizzero aveva bocciato lo Spazio Economico Europeo (EEE) nel 1992 e dopo diversi anni di negoziati, la Svizzera e la UE hanno raggiunto nel 1999 sette accordi bilaterali. Tali accordi I, sono in sostanza dei trattati per l’apertura dei mercati e sono stati approvati dal voto popolare nel 2000. Poi, una nuova serie di accordi è stata conclusa nel 2004. Si tratta di otto accordi bilaterali II che estendono la collaborazione della Svizzera con l’UE a nuovi ambiti economici e a tutta una serie di questioni politiche come la politica di sicurezza e di asilo, l’ambiente, le statistiche e anche la cultura. Un referendum era stato indetto contro l’accordo di Schengen/Dublino sulla collaborazione in materia di sicurezza e di asilo, ma il voto popolare lo ha confermato nel giugno 2005. Nel settembre dello stesso anno, il popolo ha pure accettato di estendere la libera circolazione delle persone (uno degli accordi bilaterali I) ai nuovi membri dell’UE. Il consiglio federale, nel suo “Rapporto sull’Europa” 2006, arriva alla conclusione che “allo stato attuale, un ulteriore sviluppo dei trattati bilaterali esistenti può determinare un miglior raggiungimento degli obiettivi e degli interessi della Svizzera nell’attuale politica europea.” [2] L’ elenco dei vantaggi della non-adesione è molto lungo e illustra bene il carattere doppiamente vantaggioso della via bilaterale. Da un lato la Svizzera mantiene il vantaggio della sua moneta forte all’interno della zona euro, il segreto bancario non corre pericoli, ed essa si risparmia lo sforzo di partecipare all’impegno di solidarietà tra paesi europei; dall’altro lato non è tenuta ad armonizzare le numerose leggi sociali nelle quali la Svizzera è in grave ritardo. “Alcuni regolamenti dell’UE concernenti la protezione contro il licenziamento, la limitazione della durata del lavoro e la partecipazione aziendale dei salariati vanno molto più lontano dell’attuale diritto svizzero del lavoro. Esiste inoltre una tendenza ad armonizzare la regolamentazione del mercato del lavoro e la politica sociale, ciò che, nella prospettiva dell’economia, contraddice una sana concorrenza in questi settori. Il mercato svizzero del lavoro, relativamente flessibile e modellato dai partner sociali, sarebbe maggiormente regolamentato.” [3]
E’ evidente che in questi casi i vertici economici e politici preferiscono evitare l’adesione all’Unione europea, che metterebbe in pericolo diversi privilegi, mentre l’economia svizzera è, di fatto, parte integrante del mercato europeo.
Per questo Attac Svizzera ha sempre sostenuto attivamente le campagne degli Attac europei, in particolare la campagna per il No al TCE, o quella contro la Direttiva Bolkestein, un sostegno che andava ben oltre la semplice presa di posizione solidale con gli Attac europei. Così, anche se un’adesione formale della Svizzera all’UE non è all’ordine del giorno per le ragioni dette sopra, le politiche economiche e sociali svizzere sono strettamente collegate alla costruzione neo-liberista dell’UE. Nel timore di “perdere la nostra competitività” di fronte ai “concorrenti” europei, quasi tutti i provvedimenti di liberalizzazione adottati dall’UE, vengono adottati in Svizzera su pressione degli ambienti economici e finanziari. È pressoché automatico che una nuova direttiva europea comporti in Svizzera l’iniziativa di una direttiva orientata nello stesso senso. Di conseguenza, l’apertura forzata dei “mercati” delle telecomunicazioni o delle poste, è intervenuta in seguito alle diverse direttive emanate dalla Commissione Europea.
“Tenuto conto del fatto che la liberalizzazione del mercato postale in Europa procede a grandi passi, è interesse della Svizzera imitare gli Stati Membri” [4] preconizzavano i vertici dell’industria svizzera. Ed è con questa stessa motivazione che il Parlamento ha deciso, nell’autunno 2006 di aprire il mercato dell’elettricità, malgrado il popolo avesse votato contro la liberalizzazione del mercato elettrico.
Questa liberalizzazione, ancora una volta, si allinea totalmente alla legislazione europea. Non solo le scelte politiche svizzere si armonizzano sulle politiche neoliberiste europee, ma andranno ancora oltre, con il pretesto di rimanere competitivi rispetto ai paesi dell’UE.
Benché a livello nazionale Attac Svizzera non abbia una specifica commissione di lavoro sui temi dell’Unione Europea, quasi tutte le nostre campagne - per le ragioni citate più sopra - sono attraversate dalla tematica europea. Il nostro lavoro consiste essenzialmente nella produzione di informazioni sull’ambiguità della situazione svizzera “esterna ma completamente coinvolta nella costruzione neoliberista europea”, e sulla posizione molto opportunista degli ambienti politici ed economici svizzeri.
La liberalizzazione dei servizi
Esiste in Svizzera una commissione nazionale che si occupa della questione dei servizi pubblici. Tale commissione conduce delle campagne sulla liberalizzazione dei servizi, siano essi le poste, le telecomunicazioni o l’elettricità. Dal 2003 la liberalizzazione dei servizi sulla scena internazionale è diventato l’impegno prioritario di Attac Svizzera, tramite la campagna delle “Zone fuori dall’AGCS”. In questo quadro abbiamo anche lavorato sulla Direttiva Bolkestein che ne riprende la logica. La Svizzera è, anche in questo caso, coinvolta da quella volontà di liberalizzazione dei servizi motivata dalla ricerca di competitività nei confronti dell’Unione Europea, tanto più che la sua economia si caratterizza prevalentemente nel settore dei servizi, in particolare nel settore bancario e dei servizi finanziari. Infatti nel 1999 la Svizzera ha esportato per un valore di 39,5 miliardi di Fr.Sv. a fronte di importazioni per 24 miliardi di Fr.Sv. Circa l’80% dei servizi esportati era diretto ai paesi dell’UE. Gli ambienti economici svizzeri lamentano le complicazioni frapposte al loro insediamento diretto in quei Paesi e vedrebbero di buon occhio la possibilità di poter proporre direttamente i servizi, senza insediamenti fisici nei paesi stranieri. “Per il nostro Paese sarebbe interessante poter proporre questi servizi a tutta l’Europa partendo dalla Svizzera, ricavarne gli utili e creare occupazione in Svizzera. La liberalizzazione dei servizi offre le condizioni necessarie a tale scopo. Ne trarrebbero vantaggio innanzitutto le banche e le assicurazioni svizzere, particolarmente competitive” [5] si legge nelle relazioni della Segretariato all’Economia Svizzera (SECO). Nel quadro della suddetta campagna, abbiamo costantemente organizzato dei dibattiti in contraddittorio con i personaggi incaricati delle procedure per la liberalizzazione dei servizi. Abbiamo pure prodotto dei volantoni illustrativi, di 4 pagine, ed abbiamo scritto a tutti i Comuni svizzeri per richiamare la loro attenzione sulle conseguenze della liberalizzazione dei servizi pubblici. Nel febbraio 2006 abbiamo appoggiato la manifestazione europea a Strasburgo contro la Direttiva Bolkestein.
La campagna contro il Trattato Costituzionale Europeo (TCE)
Nel 2004 Attac Svizzera ha partecipato attivamente alla campagna contro il TCE in occasione del referendum francese. L’opportunità di appoggiare la campagna contro il TCE ed i contenuti della cosiddetta Costituzione, è stata a lungo dibattuta all’interno dell’associazione prima di essere approvata dall’istanza decisionale nazionale: il coordinamento nazionale di Attac Svizzera. L’impegno per questa campagna non è stato assunto da una commissione ma da attivisti/e a livello nazionale. Esso è consistito da un lato in partecipazioni alle iniziative delle “brigate internazionali contro il trattato costituzionale”, a cui hanno partecipato parecchie persone che hanno così avuto l’occasione di recarsi in Francia, soprattutto in Savoia e Alsazia, per prendere parte a dibattiti e assemblee pubbliche. Contemporaneamente si è sviluppato un lavoro nei confronti degli organi di informazione che ci ha permesso di far conoscere le nostre posizioni nei mezzi di comunicazione svizzeri. E inoltre, i temi dell’Europa e della Costituzione, sono stati portati da Attac al Forum Sociale Svizzero nel maggio 2005 e sono stati gli argomenti principali della nostra Università d’estate di quello stesso anno. Con il titolo “Quale Svizzera in quale Europa” la nostra seconda università d’estate aveva l’ambizione di superare l’eterno dibattito tra “filo” e “anti” europeisti, che da decenni divide la sinistra svizzera, e di porre quella che secondo noi è la questione fondamentale e che riguarda la natura stessa della costruzione europea.
Libera circolazione o mercato della manodopera?
Dopo il NO francese e olandese al TCE, il tema dell’Europa è rimasto di attualità all’interno della nostra associazione in ragione delle votazioni popolari (maggio e settembre 2005) per l’estensione degli accordi bilaterali tra Svizzera e UE. Tali accordi riguardano essenzialmente la libera circolazione delle persone e sono stati oggetto di un lungo dibattito all’interno della nostra associazione. Le questioni in campo con questo voto popolare hanno creato una profonda differenziazione tra la sinistra e l’estrema sinistra svizzera, tra chi sosteneva il Sì, in nome della libera circolazione delle persone, e chi considerava invece questa libertà come distorta e tale da ridurre la manodopera a merce di mercato. Senza pronunciarsi direttamente con indicazioni di voto, Attac Svizzera ha preso parte al dibattito pubblico cercando di informare sulla posta in gioco della suddetta “libera circolazione”. Abbiamo così potuto sviluppare una serie di argomenti che dimostravano che essa introduceva condizioni particolarmente favorevoli per le multinazionali svizzere consentendo loro di trarre profitto dalle condizioni salariali e dalla flessibilità dei lavoratori UE. “L’accordo sulla libera circolazione delle persone costituisce il perno degli accordi bilaterali I. Esso migliora il funzionamento e la flessibilità del mercato svizzero del lavoro e favorisce la mobilità dei salariati” [6] rileva la lobby economica svizzera Economiesuisse. Per meglio comprendere questo punto, facciamo riferimento al “Messaggio riguardante l’approvazione del protocollo di accordo tra la Svizzera e la CE sulla libera circolazione delle persone (ALCP)” emanato dal consiglio Federale il 1°ottobre 2004. Fin dalle prime righe si nota che l’ALCP è la parte più importante di quegli accordi bilaterali e che esso “è all’origine delle più importanti ricadute economiche” per le imprese svizzere. È inoltre precisato che, tramite l’ALCP “... la Svizzera intende orientare l’immigrazione secondo i propri interessi economici e quelli del suo mercato del lavoro”. Il rapporto sottolinea che “l’estensione dell’accordo ai nuovi Stati comporterà un notevole allargamento dell’offerta sul mercato del lavoro, di specializzati ma anche di manodopera generica” e che “le imprese vedono aprirsi un mercato del lavoro più vasto, il che è suscettibile di rafforzare l’attrazione della piazza economica svizzera”. La principale preoccupazione che scaturisce da questi accordi è quella di abbattere le barriere che impediscono l’accesso delle imprese svizzere al mercato del lavoro - molto più flessibile - dei nuovi Paesi membri dell’Unione. Tali accordi, erroneamente definiti accordi di libera circolazione delle persone, costituivano una tappa importante per le imprese svizzere e per il padronato, in quanto permettevano di rendere più flessibile il mercato del lavoro in Svizzera. Per noi era fondamentale denunciare questa illusione che faceva passare gli accordi in questione come accordi di libera circolazione. Su questo tema abbiamo sostanzialmente sviluppato un lavoro d’informazione e di rapporti con la stampa.
Come continuare
Per continuare, abbiamo individuato due campi nei quali i legami tra Svizzera e Unione sono particolarmente stretti e sui quali noi siamo già impegnati, ma che vorremmo sviluppare ulteriormente: essi sono quello della migrazione e la questione della giustizia fiscale.
Benché migrazione e libera circolazione delle persone siano diritti fondamentali e inalienabili, essi vengono oggi sempre più assoggettati a politiche utilitariste. Le nuove leggi sul diritto d’asilo e sugli stranieri sono state varate esattamente un anno dopo l’accettazione dell’estensione della cosiddetta “libera circolazione” delle persone ai dieci nuovi Paesi membri dell’Unione europea. Tale politica forma un tutto coerente. La “libera circolazione” aveva posto le basi perché il padronato svizzero potesse attingere manodopera a buon mercato nell’intero continente. Da parte sua, una politica migratoria più restrittiva rende quasi impossibile il soggiorno legale in Svizzera per gli extra-europei (ad eccezione della manodopera molto qualificata, generando così una “fuga dei cervelli” dai paesi in via di sviluppo), mentre garantisce a certi settori dell’economia la manodopera “clandestina” (supersfruttabile) di cui hanno bisogno. È una politica che riproduce un andamento comune a tutti i Paesi d’Europa in materia di politica migratoria. Attingendo alle riserve di lavoro dei nuovi paesi aderenti, questa politica mira a ridurre il costo del lavoro e a precarizzare l’insieme dei lavoratori del continente, mentre si rafforzano le frontiere di un’Europa fortezza e militarizzata.
Nostra campagna prioritaria è diventata quella sulla giustizia fiscale, come deciso dall’Assemblea generale in occasione dell’università d’estate di Attac Svizzera nel settembre 2005. L’analisi, pur essendo principalmente rivolta alla politica fiscale in Svizzera, deve essere posizionata nel contesto internazionale e ciò è fondamentale per comprendere bene il ruolo della Svizzera all’interno della zona euro.
Traduction: Mariangela Rosolen, Coorditrad
[1] Politica europea della Svizzera, SECO
[2] ibidem
[3] Economiesuisse, Economia europea: successo attraverso il pragmatismo, 2006
[4] Economiesuisse, Mercato postale : cogliere le possibilità di crescita
[5] SECO, Bilatérales UE-CH
[6] Economiesuisse, Economia europea : successo attraverso il pragmatismo, 2006
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